Daybreak Express
D.A. Pennebaker / Stati Uniti / 1953

La prima volta che ho visto questo cortometraggio di D.A. Pennebaker sono rimasto subito colpito dalla dinamicità delle immagini e del montaggio: un vero e proprio viaggio su una montagna russa attraverso la New York degli anni 50.
Il corto, della durata di 5 minuti circa, inizia con una serie di immagini della città all’alba mentre, in crescendo, si fa strada il suono del treno in movimento. Poi, con lo sguardo rivolto sempre verso la città, sentiamo il treno fermarsi in una stazione e vediamo delle persone, dei lavoratori.
La musica jazz extradiegetica di Duke Ellington, col suo ritmo che rievoca il movimento del treno in partenza, inizia ad accompagnare immagini montate in maniera serrata. Dopo la partenza del convoglio ferroviario, la macchina da presa si focalizza sui volti dei viaggiatori per poi concentrarsi sul paesaggio esterno, inquadrando la città che scorre veloce nel finestrino della carrozza. Al minuto 3, poi, accade il delirio: un montaggio ancora più serrato, un ritmo della canzone più accentuato, danno adito ad una serie di inquadrature a contre-plongèe della città, che accentuano il senso di viaggio sfrenato che il regista vuole dare. Il tutto sottolineato dall’uso estremo di un obiettivo fish-eye e dal finale “caleidoscopico”.
Quello di Pennebaker è un esperimento molto interessante sia dal punto di vista visivo che comunicativo. Viaggiare in treno è divertente, è un’esperienza simile a quella che si ha a bordo del carrello di una montagna russa in un parco giochi. Però è un’esperienza che disorienta, sia lo spettatore che rimane confuso davanti a quelle immagini, sia per i lavoratori che si ritrovano spaesati e persi nella grande metropoli degli anni 50 che tende a sopprimerli.

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