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I registi possono dividersi, per un montatore, in due grandi categorie: quelli che vogliono tagliare e quelli che non vogliono. I primi hanno sempre paura che il film sia troppo lungo o troppo lento, i secondi pensano esattamente il contrario. Questi vedono le forbici come un pericoloso bisturi amputatore di misteriose bellezze, quelli invece credono ciecamente alla chirurgia ed esaltano il taglio, anche quello cesareo, capaci di buttare nel cesto anche un intiero salone con colonne e genericoni costosi.
In un caso o nell’altro, per il montatore la vita è sempre difficile. Oggi si può essere rimproverati per aver tolto tre fotogrammi,i domani bisogna lottare disperatamente per difendere una scena intera. Difficile mestiere, fatto di abilità artigiana e di sensibilità critica, di duttilità psicologica per sapersi adattare a temperamenti artistici diversi; essere sempre sereni ed ottimisti con il regista Tizio, freddi e riservati con Caio, timidi e senza iniziativa oggi, decisi e risoluti domani.
Un mestiere da cani. E se hai faticato come una bestia per migliorare un film che non funziona, ti puoi sentir dire: “però, anche il montaggio potevi fare di più…”.
Quando invece non hai fatto nessuno sforzo per un film che cammina da solo, magari ti dicono: “che montaggio, magnifico, che ritmo…
Il fatto è che pochi capiscono in che cosa consiste veramente il lavoro del montatore, visto come entità staccata da quella del regista. […]

– Mario Serenerei (tratto da: La critica cinematografica, giugno-luglio 1948, anno III, n.9, pag. 6-7)

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